Viterbo, o quel che ne resta

Viterbo, o quel che ne resta

Nella mia vita non ho mai incontrato un posto così restio all’avanzare del tempo di Viterbo. Viterbo e i suoi abitanti, ovvio. Anzi: i suoi abitanti e basta, scommetto che la bella urbe non disdegnerebbe la fama di Avignone o, allargandoci, quella del Vaticano.

Invece no.

“La città di Viterbo è costruita sulle tombe degli etruschi e agli etruschi non piace essere disturbati” mi disse una volta un vecchio amico viterbese rispondendo alla mia vigorosa indignazione per la cocciuta immobilità dell’urbe.

I morti come fondamenta per una città morta. Una bellissima città, morta.

Viterbo non ama i cambiamenti. Il progresso. La modernità. La visibilità.

I suoi leoni non ruggiscono, ma sonnecchiano appisolati su stanche zampe.

E non fraintendetemi: non è perché la città ama proteggere un retaggio antico di cultura e abitudini, o perché preferisce vivere coltivando la tradizione di quello che era. No. Semplicemente non vive. Soltanto è. O quello che ne è rimasto.

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